Raffaele Salioni 3C liceo Volta

La morte è la fine, la fine di quella che è (per noi che siamo in vita) la vita. Non sempre però la fine è negativa, come non sempre è definitiva.


Proprietà particolare della fine è che la si conosce quando vi si giunge, nella vita come in un libro. Si possono infatti saltare le pagine, ma la conclusione si può sapere solo leggendola, finendo il libro.

La morte ha da sempre spaventato l’umanità che normalmente le dà un’accezione negativa. Ma come mai? Noi uomini siamo fatti per temere ciò che non conosciamo, è il nostro spirito di sopravvivenza intrinseco nell’istinto che ci spinge a questo, ma siamo terrorizzati dalla consapevolezza di non aver modo di conoscere ciò che non sappiamo.

Non bisogna quindi vivere una vita temendo la sua fine semplicemente perché c’è la possibilità (e neanche lontanamente la certezza) che essa sia il male. Dobbiamo invece vivere pienamente, cercando di conoscere ciò che sappiamo di poter (o peraltro non sappiamo di non poter) scoprire.

Siamo inoltre spaventati dal giudizio definitivo che ci sarà dato dai posteri quando moriremo. Si può infatti valutare qualcosa solo quando essa si è conclusa. L’unico problema è che non sapendo cosa sia la morte, non possiamo neanche sapere se sapremo questo verdetto su di noi.

Tendiamo quindi a vivere non in modo coerente con ciò che sentiamo dentro di noi, ma seguendo ciò che gli altri, che la società vuole. O meglio: ciò che noi pensiamo che il mondo voglia da noi. Rischiamo quindi di cadere in fallo non una, ma ben due volte! In primo luogo perché non c’è errore più grande di basare il nostro tutto personale su qualcosa che non è nostro; ed in secondo luogo perché potremmo basarci su qualcosa che crediamo sia voluto da altri, quando in realtà non lo vogliono.

 

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