Eugenia Cambareri, classe 3C, liceo Volta

Socrate cerca. E trova. E dialoga. Il suo limite è la non ricerca, perché egli, essendo una delle quattro personalità decisive, rappresenta con coerenza l’incarnazione del suo messaggio, del suo pensiero, fino alla morte, e forse anche dopo la morte stessa. “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”.

Per tutti noi la morte è un ostacolo, è il limite dell’esistenza, e la temiamo. Socrate invece va incontro ad essa, perché è preferibile morire piuttosto che vivere una vita di vergogna e umiliazione. Infatti il filosofo, verso la fine dell’apologia, dice: “Vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno, tranne che al Dio”. Quando in tribunale viene proposto l’esilio, Socrate rifiuta, poiché in qualsiasi altra città avrebbe fatto lo stesso, avrebbe cercato una verità che sta nella razionalità delle cose. Egli comprende che la vera sapienza è divina, e agli uomini non è dato di conoscerla. È l’unico ad Atene a sapere di non sapere; e per questo sa. O almeno, sa più degli altri. Sa più dei politici, degli artisti, dei poeti, ma meno degli Dei. Ma un attimo, quali Dei? Socrate viene accusato da Meleto di ateismo, ma nello stesso tempo di credere a Dei sconosciuti alla città di Atene. Come si può credere in qualcosa, ma nello stesso tempo non crederci? Nello spettacolo di lunedì 16 novembre, l’attore che interpretava il filosofo, ha detto questa frase, prendendo in giro le parole di Meleto: “Tu non credi di Dio se non credi al Dio in cui credo io”. Socrate porta noi e i giudici alla conclusione che Meleto è inesperto, e si contraddice con le sue stesse parole.

Il dotto filosofo cerca di risvegliare la dormiente Atene, come se lui fosse un tafano e Atene un cavallo. Viene schiacciato, e scacciato.
In conclusione, strano
da dire, ringrazio il tafano di avermi punta.

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