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UMBERTO AMBROSOLI RACCONTA SUO PADRE

Quando l’interesse personale non prevale sul proprio dovere

Ancora giovane Giorgio Ambrosoli accumula un’esperienza tale che lo rende il candidato ideale per un incarico complicato: liquidatore di una banca privata.

E’ il settembre ’74 quando Giorgio viene nominato liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, fallita per bancarotta fraudolenta.
Periodo in cui Sindona era considerato un finanziere sulla cresta dell’onda, giudicato da Andreotti il “salvatore della lira”, quindi uomo di grande rilievo nel mondo della politica italiana.
Si scoprì che Sindona era un affiliato della P2 e collegato alla mafia italo americana.

Ambrosoli ebbe dunque il duro compito di recuperare beni da distribuire ai contribuenti, a scapito dell’arricchimento degli amministratori. Lavoro che non fu esente da minacce e intimidazioni da parte di Sindona, e non corrispose il sostegno del mondo politico italiano. L’avvocato si trovava estremamente solo. E questa solitudine fece credere a Sindona che sarebbe bastato eliminare il commissario liquidatore per risolvere i problemi, fu così che commissionò l’omicidio dell’Avvocato Ambrosoli.

 

Anna carissima,

Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. 

È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.

[…]

Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.
Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

[…]

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.”

 

Questa lettera Ambrosoli la scrisse il 25 febbraio del ’75 senza mai spedirla. Era ben consapevole dei rischi e della solitudine che stava vivendo. Il suo interesse personale non prevalse mai sul bene comune.

Umberto Ambrosoli, all’epoca, aveva 7 anni.
Papà era un Eroe? Una vittima? Ha sacrificato la vita? Sono vere tutte queste risposte.
Forse però dobbiamo interrogarci sull’essere eroe, parola bellissima ma a tratti deresponsabilizzante. Ma non sono d’accordo sul fatto che lui abbia sacrificato la sua vita, e anche che sia stato vittima.
Ha sacrificato la sua vita o ha vissuto la sua vita?
Mio padre ha fatto della propria vita qualcosa che serviva alla collettività, in quello che stava facendo ha trovato la possibilità di affermazione dei propri valori di vita, quindi la storia di mio padre non è una storia di un eroe o di una vittima. Ma la storia di un uomo integro che, prima dell’affermazione della propria individualità, ha posto il bene comune.”

La vita di ciascuno di noi si confronta ogni giorno con la forma e la prepotenza che genera ingiustizia di alcuni, rispetto alla collettività.

 

Umberto, tuo padre ha lottato con tutto se stesso per la comunità o ha lottato per se stesso e poi per la comunità?

“Tutti noi siamo in relazione. Siamo figli, quindi in relazione con chi ci ha dato la vita, siamo compagni, di classe o amorosi. Il parlare stesso è finalizzato alla relazione. Non vedo che ci sia la possibilità di mettere i due piani in netta contrapposizione. La legge serve proprio per definire i confini del proprio essere e delle proprie libertà, ma allo stesso tempo non solo limita, equipara: gli altri non hanno più potere di me, siamo uguali.”

 

Eri solo un bambino quando hai perso tuo padre, come hai vissuto nella sua giovinezza questo evento?

“Dopo 8 anni dell’omicidio si è concluso tutto con la condanna dei responsabili. Nel 1992, prima di mani pulite, è uscito un libro molto importante che raccontava la storia di papà. Quella sera in cui è stato presentato mi sono accorto dell’affetto che la gente provava. La sala era piena, continuavano a confluire persone. E’ stato un momento in cui ci si era raccolti attorno alla difesa degli ideali di mio padre, in nome dei suoi valori. Nei primi anni, le testate giornalistiche continuavano a parlare di vittima. Ma vittima di cosa? A me interessava la vita. Quando sono diventato genitore è stato stravolgente, ho avuto l’esigenza di raccontare la vita del nonno ai miei figli, ecco perché il libro.”

 

Qual è l’emergenza sul piano educativo, in base alla quale poter educare i ragazzi? Cosa dovrebbe fare la scuola per i giovani adulti?

“Oggi il concetto di responsabilità è un po’ equivoco da raccontare.
I ragazzi di oggi hanno una marcia in più, sembra un’ovvietà ma non è così. Hanno fame di affermazione e di conquista. Hanno fame. E’ una generazione paragonabile a quella del Boom economico italiano. Non ero d’accordo all’inizio con questa affermazione, ma pensandoci bene c’è un punto in comune tra le due generazioni: il vuoto del domani. Oggi ci sono 1000 ragioni in più per avere dei punti di domanda sul domani. Questo vuoto di domani, domanda sul domani, viene interpretato come un motore di accelerazione: sanno di dover conquistare.
Bisognerebbe togliere tutte le interferenze che ci sono nel percorso di realizzazione e di responsabilità di questi ragazzi. Il reddito di cittadinanza toglie dalla responsabilità.”

 

Qual è la figura di sua madre?

“Lei è Spazio ultima frontiera: questa è stata mia mamma ed è mia mamma. Ha fatto esattamente quello che mio padre si aspettava da lei. Per me è un esempio che nemmeno da lontano vale meno di quello di mio padre. Anche perché la vita non si esaurisce in quel momento lì. Le difficoltà proseguono, i drammi anche, non è facile. Mia mamma ha dovuto affrontare tante battaglie. È una persona incredibile che riesce a vedere nelle difficoltà una ragione di evoluzione. È programmata così. Una componente fortissima della sua esistenza è la sua fede.

 

La motivazione principale che ti ha spinto ad andare avanti nonostante gli imprevisti?

“Io non so cos’è il previsto. Ho e ho avuto una vita di una facilità straordinaria, anche se incontriamo quotidianamente degli ostacoli. Guardiamoci attorno, io sono fortunato, ho avuto due genitori che mi han detto cosa vuol dire vivere, non tutti hanno questa fortuna. L’imprevisto impone una capacità di prevedere, io non sono in grado. So solo che le difficoltà sono quotidiane e quindi danno possibilità.”

 

Per un approfondimento: https://www.centroasteria.it/qualunque-cosa-succeda/

 

 

 

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