Maria Bethania Garcia De Vita

La rappresentazione dell’“Apologia di Socrate” mi ha fatto riflettere molto: un uomo che preferisce la condanna a morte piuttosto che una vita in cui non gli è consentita la ricerca. Ricerca di se stesso come scopo ultimo della vita, poiché una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Un uomo che non ricerca non si può definire tale, bensì un essere non pensante, un “non essere”.
Socrate ci dimostra quanto sia importante questa ricerca nella vita di un uomo, perché solo ricercando si può eventualmente giungere a una situazione di felicità. Ma questa ricerca della felicità deve partire dalla ricerca dell’essere: non si può ricercare qualcosa se non si sa neppure chi si è.
Ma è peggio una vita senza ricerca o la morte? Beh è difficile rispondere a questa domanda, poiché la morte può essere intesa come continuazione infinita della vita oppure come luce che si spegne per lasciar posto al buio infinito della notte.
Non potendo saperlo, preferiamo vivere e magari non pensare alla morte fino al momento in cui bisogna affrontarla, perché l’uomo di natura ha sempre paura di ciò che non conosce. La morte dunque rappresenta qualcosa di sconosciuto che non si vuole affrontare perché non si sa se ci sarà qualcosa aldilà di essa.
Come rispondere allora con sicurezza a questa domanda?

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