di e con
Sara Dho

 

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Giovanni Tammaro

in ambito

progetto

una produzione

Nel 1917 Alice Milliat dichiarava che lo sport femminile deve avere il suo posto nella vita sociale quanto quello maschile.

Sinossi

Siamo nel 1928, ad Amsterdam.
Oggi è il 28 luglio e si celebra la cerimonia d’apertura della IX Olimpiade dei tempi moderni. Un’edizione che passerà alla storia: da oggi saranno ammesse a partecipare ai Giochi Olimpici anche le donne.
L’atletica leggera, dai tempi in cui è nata in Grecia e fino a questa giornata, è stata sempre riservata unicamente agli uomini. Oggi invece in 5 discipline di atletica (100m piani, staffetta 4×100, 800m piani, salto in alto e lancio del disco) ci saranno delle sportive. Non esiste neppure un nome per definirle, perché la parola “atleta” finora è stata declinata solo al maschile.
A chi si deve un tale sovvertimento dello sport, della lingua, del mondo?
Ad Alice Milliat.
Conosciuta anche come “La suffragetta dello sport”, “La Pasionaria”, “La Militante”, praticava svariati sport, benché il suo preferito rimanesse il canottaggio, e fu la prima manager sportiva donna al mondo.
In questo 28 luglio 1928 Alice Milliat si sta preparando a sedere al tavolo coi membri di giuria dei Giochi Olimpici, prima e unica donna manager in mezzo a soli uomini.
La tensione è alta, Alice è in balia di sentimenti contrastanti.
Da un lato l’orgoglio di vedere finalmente i primi frutti del lavoro di una vita: la sua intera esistenza è stata spesa nello sport, nel dimostrare, controcorrente rispetto alla mentalità e a certi pareri scientifici di inizio ‘900, che esso sia necessario tanto alle ragazze quanto ai ragazzi, nel contrastare il fondatore delle Olimpiadi moderne Pierre de Coubertin e il suo ideale di competizioni esclusivamente maschili.
Dall’altro la sensazione che la strada da compiere nello sport verso l’inclusione sia ancora lunga: non ci si può accontentare di essere ammesse a cinque sole discipline di atletica, né è accettabile che oltre a lei non ci siano altre dirigenti sportive donne.
C’è però qualcuno che le è rimasto sempre a fianco e con cui lei si confronta nei momenti delicati: il marito defunto, Joseph Milliat.
Ripercorrendo con lui la sua vita e le tappe che, dalla Belle Époque della Grande Esposizione Universale di Parigi 1900 ai Ruggenti anni ’20, l’hanno condotta fin qui alle Olimpiadi di Amsterdam, Alice troverà la chiave per affrontare questa giornata destinata a lasciare un segno negli anni a venire.

Note di drammaturgia

Il monologo ripercorre in forma autobiografica le tappe attraverso le quali la francese Alice Milliat, prima dirigente sportiva donna nella storia, ottenne l’accesso per le atlete femminili alle Olimpiadi.
La chiave drammaturgica risiede nel rapporto fra lei e il defunto marito Joseph: è da qui che scaturisce la narrazione.
Madame Milliat si trova a confrontarsi con una fotografia, è quella di Joseph, fedele e intimo accompagnatore costantemente presente nella sua vita. A questa foto, dunque al marito, lei si rivolge quotidianamente, in particolar modo nei momenti di maggiore criticità, come quello della giornata in cui è ambientata l’azione, il 28 luglio 1928: si sta per celebrare la cerimonia d’apertura della IX Olimpiade di Amsterdam cui lei è stata invitata quale membro di giuria, unica donna seduta a un tavolo di soli uomini, e i sentimenti contrastanti che animano Alice in questa giornata così speciale e così delicata la costringono a leggersi dentro attraverso il dialogo immaginario col marito.
L’urgenza di avere pronto il discorso da rilasciare alla stampa spinge Alice a raccontare la sua vita, mettendola a fuoco.
Joseph incarna il mezzo attraverso il quale esplicitare il racconto al pubblico.
Veniamo così a conoscere indirettamente le ragioni della passione di Madame Milliat per lo sport (radicate in quella Grande Expo di Parigi 1900 in cui assistette a una “visione”: sportive che gareggiavano fra loro, seppure ancora in maniera non ufficiale, e Pierre de Coubertin, il fondatore delle Olimpiadi moderne, che diventerà poi il suo antagonista per eccellenza nelle battaglie per il riconoscimento delle donne nello sport). Scopriamo quindi che fu proprio la morte repentina e inaspettata dell’amato Joseph, contraltare maschile di de Coubertin (tanto inclusivo e progressista il primo, quanto elitario e conservatore il secondo), a dare il via alla sua dedizione allo sport in maniera professionale. Arriviamo infine a comprendere i gesti determinati, provocatori e talvolta scaltri che l’hanno condotta fino a qui, alle Olimpiadi di Amsterdam 1928, a rompere le barriere di un’antica e tacita tradizione patriarcale che vorrebbe lo sport praticato esclusivamente da uomini.

Presentazione spettacolo

La scena si presenta divisa in quattro zone: la stanza dell’albergo di Amsterdam in cui si svolge l’azione reale (i preparativi di Alice Milliat in vista della partecipazione alla cerimonia d’apertura della IX Olimpiade 1928) e lo stadio olimpico sotto forma di tre postazioni stilizzate di atletica leggera (salto in alto, tratto di pista e pedana per il lancio del disco) deputate all’azione del ricordo.
L’immaginazione costituisce il tramite fra il momento attuale e la memoria, dunque fra la stanza d’albergo e lo stadio olimpico. E’ proprio immaginando come si svolgerà tra poco la cerimonia d’apertura dell’Olimpiade che prende vita lo stadio, “sfondando” le pareti della stanza e diventando un tutt’uno con essa.
Le tre postazioni di gara richiamano le uniche cinque discipline di atletica leggera alle quali le donne vennero ammesse a quelle Olimpiadi 1928 (salto in alto, 100 e 800m piani, staffetta 4×100, lancio del disco). Attraverso l’immaginazione si trasformano da apparati sportivi a luoghi della memoria: il salto in alto ospiterà Parigi come luogo sia concreto sia metaforico dell’impossibile (la colossale tour Eiffel, la Grande Esposizione del 1900, l’annuncio di inventare e promuovere dei Giochi Olimpici femminili in risposta a quelli ufficiali riservati solo ai maschi); il tratto di pista costituirà la linea della storia dello sport dalla Grecia antica alle Olimpiadi moderne passando per l’operato di de Coubertin; la pedana del lancio del disco rappresenterà il piedistallo dell’amore con Joseph (il loro primo incontro, il doloroso lutto, la trasformazione del marito in presenza intima che accompagna continuamente Alice nelle intuizioni e nei rapporti col mondo esterno).
Anche il tempo dell’azione è influenzato dall’immaginazione: l’ora che intercorre fra i preparativi e la cerimonia d’apertura in questo 28 luglio 1928 si dilata insieme allo spazio, consentendo di abbracciare un arco temporale che risale dal 1900 alla data odierna, dalla Belle Époque ai Ruggenti anni ’20.