

LA CORSIA VUOTA
Storia di Samia Yusuf Omar
di CHIARA TESSIORE e MEREDITH AIRÒ FARULLA
regia di MEREDITH AIRÒ FARULLA
con MEREDITH AIRÒ FARULLA
audio | luci | video GIOVANNI TAMMARO
in ambito

progetto

una produzione

La storia
Samia Yusuf Omar è un’atleta somala che, nel 2008, partecipa alle Olimpiadi di Pechino. E’ il 19 agosto, fa caldo e – nel famoso stadio soprannominato “the bird nest”, il nido d’uccello – si corre la quinta batteria di qualificazione dei 200 metri piani femminili; Veronica Campbell- Brown vince la batteria con un tempo di 23’’04 (e vincerà la medaglia d’oro stabilendo il suo personale a 21’’74) , nel giro di mezzo secondo arrivano tutte le altre sette atlete e ultima, con un tempo di 32’’16, arriva Samia, che corre in seconda corsia, magrissima, con i fuseaux lunghi, una maglietta di cotone, scarpe regalate dalla squadra di atletica sudanese e una fascia di spugna bianca sulla testa. Nove secondi di distacco sui 200 metri, un’infinità. In quei secondi, in quei metri che la separano dalle altre, fortissime atlete, sta tutta la sua storia: i suoi allenamenti per le strade disastrate di Mogadiscio, con le maniche lunghe e il velo in testa, i posti di blocco, le minacce di morte se non avesse smesso di fare sport; c’è la storia della Somalia, un paese menomato dal colonialismo, dalla guerra civile, dal fondamentalismo; e ci sono tutte le contraddizioni di un Occidente capace di appassionarsi ad un’atleta diciassettenne con lo sguardo timido, che – prima di allora – non ha mai preso un aereo, che pesa 44 chili e corre con le più forti atlete del mondo, di commuoversi di fronte alla “storia perfetta”, l’incarnazione dello spirito olimpico, in cui amore per lo sport ed emancipazione femminile lottano per riscattarsi da un’Africa povera e violenta, per poi far cadere nell’oblio la figura che aveva eretto a simbolo. Terminate le Olimpiadi, infatti, i riflettori su Samia si spengono e la giovane atleta – che avrebbe dovuto prendere parte ai successivi Giochi Olimpici di Londra 2012 – è costretta a lasciare il suo paese e tentare il viaggio da clandestina per raggiungere l’Europa. Conosciamo la storia di Samia grazie a Abdi Bile, medaglia d’oro nei 1500 metri ai Mondiali di Roma 1987, che dopo il trionfo di Mo Farah (atleta britannico di origine somala) alle Olimpiadi di Londra, davanti a una platea riunita a Mogadiscio per ascoltare i membri del Comitato olimpico nazionale, dice: “Siamo felici per Mo, è il nostro orgoglio, ma non dimentichiamo Samia. Sapete che fine ha fatto Samia Yusuf Omar? La ragazza è morta… morta per raggiungere l’Occidente. Aveva preso una carretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia. Non ce l’ha fatta. Era un’atleta bravissima. Una splendida ragazza”.
Drammaturgia e messa in scena
La scena è una soffitta. La narratrice entra e si mette a cercare qualcosa, tra scatoloni ed elettrodomestici in disuso. Alla fine, trova una vecchia videocassetta e la mostra al pubblico. Invita a osservare quanto oggi si vada veloci, nei pensieri e nelle azioni, tanto da passare, nel giro di pochi anni, dalle videocassette ai DVD, dai DVD alle chiavette USB, dalle chiavette USB allo streaming e poi a Netflix. Dice di avere voglia di rallentare… e quale posto migliore di una soffitta, un luogo in cui il tempo si è fermato, in cui poter ritrovare le cose appartenenti al passato di tutti, cose vecchie e lente, come le videocassette, i videoregistratori o i televisori a tubo catodico? L’incipit si chiude con l’invito della narratrice a guardare tutti insieme la videocassetta che ha in mano. La videocassetta è inserita in un vecchio videoregistratore collegato a un altrettanto vecchio televisore. Si preme il tasto play e sullo schermo compaiono le immagini delle olimpiadi di Pechino 2008. Da qui prende forma una narrazione strutturata attorno ai vecchi comandi del videoregistratore (play, pausa, forward, rewind…) per raccontare la vita di Samia come se fosse un film in videocassetta; il discorso non è sempre organizzato cronologicamente, ma va avanti e indietro, salta capitoli, preme il tasto pausa, riparte, riavvolge il nastro, si mostra al rallentatore, va avanti veloce e – alla fine – bruscamente si interrompe. Non ci sono le Olimpiadi di Londra e non c’è nemmeno un funerale, una tomba, un corpo a cui dire addio. Il corpo di Samia non è mai stato ritrovato, è rimasto senza nome, dimenticato insieme alle decine di migliaia di vittime affogate nel Mediterraneo. Come una videocassetta dimenticata in cantina dentro ad uno scatolone pieno di altre videocassette di cui ormai non importa più nulla a nessuno. Perché ormai, andiamo tutti troppo veloci, così veloci da distruggere in breve tempo anche quei miti e simboli che noi stessi abbiamo creato. Nel corso della narrazione, altri oggetti emergono dagli scatoloni e dagli scaffali della soffitta, oggetti che appartengono alla storia di Samia – un cronometro, delle scarpe da corsa, una curiosa bottiglia di Coca-Cola riempita di sabbia – e la scena stessa si trasforma per accompagnare lo svolgersi della storia nelle varie tappe – una vecchia poltrona può diventare un ufficio o una vasca da bagno, uno scatolone rovesciato un container o una prigione, un vecchio lenzuolo il vento caldo del deserto… Per fare da bussola negli andirivieni, nei rallenty e negli avanti veloce della narrazione, lo schermo del televisore continua a proiettare i video di Giovanni Tammaro, che dialogano con la drammaturgia e accompagnano lo spettatore nella storia. Le immagini raccontano luoghi, come la Somalia o lo stadio nazionale di Pechino, e momenti fondamentali, come la gara del 2008 in cui Samia arrivò ultima, intrecciandosi alla parola narrata e creando un ulteriore piano di linguaggio metatreatrale.












