Bianca Baranzelli

23 ottobre 2015

Il Centro Asteria in collaborazione con l’associazione “D(i)RITTI AL CENTRO” propone una riflessione sulle diverse forme di resistenza in tempi di guerra, tra queste anche l’arte fotografica dei giovani siriani.

Secondo la definizione da vocabolario la libertà indica la condizione di chi non è soggetto al dominio o all’autorità altrui, che ha facoltà di agire a suo arbitrio, senza subire una coazione esterna che ne limiti, materialmente e moralmente, la volontà e i movimenti, freni o impedimenti. Dopo ventuno secoli di storia forse una definizione del genere è riduttiva: il pensiero a riguardo è stato e sempre sarà in continua evoluzione, poiché è frutto della riflessione dell’uomo che per sua natura, confrontandosi con il mondo e le sue esperienze, non può valutare il suo vissuto tra il bianco e il nero ma in una variabile scala di grigi. Questa molteplicità del reale non è propria solo della elaborazione intellettuale, ma è tangibile anche nel vissuto più pratico: proprio come un paesaggio, il quale si mantiene costante nella sua essenza ma si mostra sotto luci diverse a seconda delle fasi della giornata e delle stagioni. Per rendere più icastica questa metafora si pensi alle trentuno rappresentazioni della cattedrale di Rouen, realizzate dal pittore impressionista Claude Monet nell’intento di illustrare l’importanza della luce in base alla soggettiva impressione e percezione del contemplatore nelle diverse ore del giorno.

Quindi si può parlare di libertà in una realtà, come quella siriana, dove rischi la vita ogni secondo perché nessun posto si sottrae alla forza distruttrice dei bombardamenti? Dove sulle bacheche delle scuole elementari vi sono disegni di carri armati piuttosto che di alberi e paesaggi felici? Dove si ha più paura di rimanere feriti da una esplosione piuttosto che morire?

I protagonisti del documentario Young Syrian Lenses sembrano volerci aiutare a riflettere.

Il documentario, progetto indipendente e volontario dei filmmaker italiani Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti entra nel cuore della Siria per relazionarne la rischiosissima attività dei ragazzi che lavorano come fotografi e media attivisti ad Aleppo, sotto assedio da anni, e i tragici episodi che occorrono sotto il regime di Bashar al Assad.

I media activist infatti si mobilitano per fotografare gli eventi,i luoghi dei bombardamenti mentre la comunità internazionale tace. Dicono “vedere non é come raccontare“. E hanno ragione perché i loro scatti vivono di sangue versato, perdite e dolore, colpi di proiettile contro ogni sensibilità umana. Questi giovani risvegliano le coscienze con un’arma più nobile dei mitra: le parole. La loro è una guerra mediatica.

I media activist hanno fatto una scelta (scegliere non è essere liberi?): hanno preso una posizione contro le ingiustizie per mettere in luce la guerra nel suo aspetto sociologico e antropologico, hanno scelto di non rendere l’informazione una merce ma renderla stimolatrice di domande e riflessione  perché “siamo tutti uniti, siamo nello stesso tunnel”.

Così questi ragazzi ci insegnano che la libertà mentale, intesa come la facoltà di ogni individuo di pensare in modo autonomo in una sorta di lettura interiore, appare innegabile: anche sotto regimi dittatoriali e propagande restrittive l’uomo può ragionare in intimità senza interferenze e con sagacia può lasciar decifrare ad altri il suo codice di libertà, attraverso allegorie, metafore o fotografie, ma quando il ragionamento non può essere posto al vaglio di altre opinioni senza incorrere a sanzioni esiste ancora la libertà? Sì ma no. I ribelli siriani ci insegnano che per ottenere la libertà vera, quella che si può specchiare nella sua definizione da vocabolario, bisogna lottare già con la libertà in pugno: con la sfrontatezza di chi sa che l’emancipazione è un diritto umano inalienabile che non conosce confini ma solo cuori.

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