Niccolò Machiavelli

<<Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei>>.

Passeggiando per le vie più rinomate delle tante belle e famose città d’Italia non vi è mai capitato di imbattervi in un venditore ambulante straniero?

Non vi siete mai chiesti da dove egli venga, quale sia il suo passato, in che modo sia giunto qui, in Italia? Poche, in realtà, sono le persone che si pongono queste domande, la maggior parte le ignora come se questi personaggi appartenessero ad un mondo a parte. La visione del cortometraggio intitolato “Sexy Shopping”, tenutasi durante l’incontro di giovedì 5 Novembre presso il Centro Asteria a Milano, fornisce in maniera ampia e coinvolgente la descrizione della vita di uno di questi venditori ambulanti, di nome Miah. Egli è un giovane ragazzo proveniente dal Bangladesh, un paese asiatico situato ad est dell’India, in cui la malnutrizione, i repentini cambiamenti climatici e la sovrappopolazione sono le principali cause di emigrazione dal paese. Miah, con una piccola telecamera, racconta alla moglie, Beauty, la sua vita in Italia. Come si apprende dall’intervista al regista Adam Selo post-visione del cortometraggio, Miah lavora 6 mesi in Italia per guadagnare i soldi da spedire alla famiglia in Bangladesh, mentre passa gli altri 6 a casa, vicino ai suoi cari. Il cortometraggio è ambientato a Bologna, dove Miah ha affittato un modesto appartamento che condivide con altri immigrati, che lui chiama “Fratelli”. Durante il giorno si riposa e chiacchiera con i suoi coinquilini, conduce quindi una vita del tutto “normale” e nel cortometraggio viene ripreso mentre si prepara una calda bevanda, gesto di enorme quotidianità. Durante la notte, invece, lavora. Miah, per attirare l’attenzione dei passanti, chiama scherzosamente il piccolo negozio che si carica sulle spalle “Sexy Shopping”. Egli vende diverse tipologie di merce, si passa dai caricatori dei cellulari agli accendini, dagli occhiali che si illuminano ai portachiavi. Come rivela la piccola telecamera posta all’altezza del suo petto, egli ha un ottimo rapporto con alcuni ragazzi universitari bolognesi, che lo salutano e lo abbracciano ogni volta che lo vedono, ma non mancano le persone che si dimostrano diffidenti nei suoi confronti o che lo ignorano. Non c’è nulla che possa più ferire Miah, che l’essere ignorato. È un ragazzo come tutti gli altri, è anche un padre che fatica ogni giorno per guadagnare una piccola somma da destinare alla famiglia, percorre ogni giorno più di 15 kilometri per le vie di Bologna. Non merita la diffidenza e l’indifferenza dei passanti, ma solo il rispetto e la possibilità di poter proporre la propria merce.

Miah è, inoltre, un venditore in regola, ha aperto una partita IVA e si è procurato un commercialista. Questo non può che essere un esempio di onestà che scardina lo stereotipo dell’immigrato che evade le tasse. L’essere in regola limita i suoi guadagni, che sono già molto bassi e questo lo rende una persona fantastica, con un grande senso della legalità e della giustizia. Dal cortometraggio emerge un interessante aspetto del pensiero del giovane venditore ambulante: si chiede, infatti, dove sia la crisi, perché vede la gente passeggiare spensierata e divertirsi nei bar. Per lui, forse, questa crisi è un lusso in confronto alla situazione che vive in Bangladesh. Gli italiani, quindi, cerchino di vivere la vita con meno angoscia e più spensieratezza e colgano la loro fortuna in confronto ad altre popolazioni nel mondo. Consiglio a chiunque la visione del cortometraggio, perché fornisce un punto di vista molto interessante e alternativo ed è ricco di spunti che portano ad una riflessione personale. Dopo l’incontro di giovedì guardo i venditori ambulanti con occhio diverso e sento l’impulso di fermare ognuno di loro per chiedergli la sua storia, bramoso di ascoltarla.

Niccolò Rossetti

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