da Le tre ghinee di Virginia Woolf

di Paola Bigatto e Lisa Capaccioli
regia di Lisa Capaccioli
con Paola Bigatto

audio | luci| video Giovanni Tammaro

produzione Centro Asteria

in ambito

progetto

una produzione

“...in quanto donna
io non ho patria.
La mia patria è il mondo intero.”

Presentazione

Cosa si può fare per prevenire la guerra? Questa la domanda a cui la scrittrice inglese Virginia Woolf cerca di dare una risposta nelle Tre ghinee, un saggio del 1936, quando i cannoni incominciavano a risuonare in Europa con l’inizio della guerra di Spagna. I libri, depositari della memoria e del sapere, ci tramandano le esperienze del passato per avere risposte, conferme, spunti per nuove domande: come si pone, una donna, di fronte alla parola patria? Cosa è la patria per le donne che devono lottare per avere i più basilari diritti civili? Ma soprattutto, quali sono gli atteggiamenti condivisi ed accettati socialmente che in realtà sottendono una propensione alla guerra? La differenza di genere può dare luogo a un movimento di pensiero concretamente pacifista? Lo spettacolo trasforma la lettura privata del testo della Woolf in una esperienza condivisa, dove la figura di Antigone emerge a conclusione di queste riflessioni come fonte di ispirazione sempre attuale, permettendoci di ascoltare con chiarezza una voce che lotta per la pace.

Sinossi

La scrittrice Virginia Woolf riceve una lettera in cui un avvocato, presidente di un’associazione pacifista, le chiede un consiglio sulle possibili azioni per prevenire la guerra, invitandola, tra l’atro, a dare un contributo in denaro per sostenere la sua causa. Ma Virginia ha sulla scrivania altre due lettere, nelle quali la responsabile di un college femminile e quella di un’associazione per promuovere il lavoro delle donne le chiedono un aiuto economico: tre lettere, tre interlocutori, e la possibilità di donare una ghinea a ciascuno di loro. Prima di effettuare le donazioni, Virginia esamina molto accuratamente le tre richieste, mettendo in relazione la questione della guerra, “monotono e ricorrente prodotto del patriarcato”, con la questione femminile, esplorando una ricca messe di ritagli di giornale e testi classici. Indagando la connessione tra violenza pubblica violenza privata, gli effetti domestici e civici del patriarcato, tra la supremazia maschile e l’assenza di pace, tra l’etica e l’estetica, Virginia ipotizza delle soluzioni, delle collaborazioni tra i generi, delle vie d’uscita al destino di “cadaveri e macerie” che sembra ineluttabile.

Note di Drammaturgia

L’idea della drammaturgia di questo spettacolo, ovvero tentare una riduzione teatrale del saggio Le tre ghinee, ha origini lontane nel tempo. Era il 2012 quando per la prima volta abbiamo iniziato a lavorare sul testo, immaginando che potesse essere detto e non solo letto, agito e non solo immaginato. Nella nostra elaborazione vedevamo in scena un’attrice, ma anche altre tre figure, che rappresentavano i tre interlocutori di Virginia Woolf (ovvero i mittenti delle tre lettere che lei riceve) e che davano voce ad alcune delle note a piè di pagina (elemento centrale nel saggio di riferimento). Questa versione del testo vide la luce nel 2015, in una produzione del Teatro Metastasio di Prato: Elena Ghiaurov, nei panni di Virginia Woolf, era affiancata da tre allievi attori della scuola del Teatro Stabile produttore (Valentina Cipriani, Francesco Dendi, Antonella Miglioretto). A distanza di più di dieci anni, sentendo ancora l’urgenza di mettere in scena questo testo, e pensandolo come possibile contributo alla riflessione sulle guerre oggi in corso, abbiamo deciso di rielaborare ancora il materiale a nostra disposizione e di farne un monologo, destinato questa volta non solo ad un pubblico adulto, ma anche ad un pubblico di giovani. Le tre ghinee è un testo complicato strutturalmente, tortuoso, animato da contraddizioni interne e dalla costante ricerca di risposte che non arrivano: proprio per questo ci interessava porre le basi per una riflessione aperta, condivisa, e di proporla ai giovani, la base per ogni possibile cambiamento futuro nella società. In questa direzione è stato interessante il lavoro sulla traduzione, in cui abbiamo privilegiato parole più consuete, che non negassero la distanza temporale, ma che potessero agevolare ai giovani l’accesso al ragionamento dell’autrice. Il procedere del pensiero è agito in scena seguendo precisamente l’andamento strutturale del saggio: Virginia, interpretata in questa versione da Paola Bigatto, affronta in tre capitoli la risposta a tre lettere, tutte interconnesse alla domanda “Come fare per prevenire la guerra?” , domanda che diventa il filo rosso che le lega.

Note di Regia

L’azione si svolge in uno studio, in quella iconica “stanza tutta per sé” protagonista del primo saggio di Virginia Woolf, presupposto spaziale di ogni lavoro creativo, ma anche correlativo oggettivo della mente della scrittrice.

In scena tre postazioni dedicate alla scrittura: una scrivania, un tavolo con sopra una macchina da scrivere e una poltrona (Virginia Woolf scriveva anche seduta in poltrona, appoggiando i fogli su una tavoletta di legno). Tre tende bianche scendono dal soffitto, non solo elemento decorativo della stanza, ma anche luogo dedicato alle video proiezioni, un aiuto per lo spettatore a collocare l’azione negli anni Trenta del Novecento, condizione fondamentale per contestualizzare, anche emotivamente, ciò che accade in scena e nella mente di Virginia.  All’inizio dello spettacolo appaiono sulle tende dei filmati originali del 1934, 1935 e 1936: i tre anni che l’autrice impiega, nella finzione, a rispondere alle lettere che ha ricevuto. Tre anni in cui non riesce a trovare le risposte, e in cui le contraddizioni interne, unite agli eventi personali (la morte in battaglia dell’adorato nipote, volontario nella guerra di Spagna), le impediscono di prendere la penna e scrivere. Ecco che appaiono sui tre schermi anche i tre mittenti delle inevase lettere, a cui Virginia costantemente si rivolge, e le immagini di cadaveri e macerie impresse nella mente della Woolf attraverso le fotografie della guerra di Spagna, la vera spinta iniziale per cercare le risposte.

Lo sforzo della scrittura non è solo uno sforzo mentale, ma anche uno sforzo fisico: dall’ordine iniziale della scena si arriva al caos, ed è solo attraverso di esso che Virginia riuscirà a fare chiarezza nei ragionamenti. Un costante accartocciare di fogli, mettere in disordine per poi tentare di riordinare, sentire voci presenti solo nella sua testa (uno dei sintomi della sua malattia mentale) raccontano un combattimento interno che si placa solo quando emergono le giuste parole, le giuste riflessioni.

Ph. Letizia Ciavarella